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Tango Fugato: il nuovo CD di Francesco Venerucci - a cura di Federica Nardacci

L’immagine del Tango è indissolubilmente legata all’idea di una prorompente passionalità, alle figure quasi teatrali dei corpi che si annodano e snodano, trascinati dal suono accorato di un bandoneón; è l’immagine della penombra fumosa delle balere argentine, che sembrano gridare “La vida es un tango”…e ancora, è quella vena malinconica di cui è intrisa tanta poesia tanghera, che racconta della realtà sociale dei sobborghi di Buenos Aires e delle passioni struggenti degli amanti.
Di sicuro è una musica suggestiva - oggi identificata in maniera totalizzante con il nome di Astor Piazzolla -, legata, certo, al folklore di un popolo, ma che ha ispirato anche tanti compositori di musica “colta” (Stravinskij, Albéniz per fare qualche nome). E’ una musica che a un certo punto della sua storia è uscita fuori dalle balere e si è decontestualizzata, pur mantenendo quelle sfumature di tragicità e passionalità insieme.
Con Francesco Venerucci, potremmo dire che il Tango incontri il jazz, ma non solo. Nel suo ultimo cd Tango Fugato (Dodicilune, 2007) confluisce tutta l’esperienza artistica del compositore romano. C’è la musica etnica (African Suite), c’è l’improvvisazione e la sperimentazione (Canto, Cuore di vetro); c’è l’elaborazione tematico-motivica attraverso il tributo a Piazzolla. Eppure non assistiamo alla trasfigurazione di un genere musicale in un’ibrida forma astratta. Anzi, del jazz conserva, oltre i colori e le sonorità, la caratteristica più importante: l’improvvisazione.
In un certo senso Venerucci ha voluto sperimentare la propria penna in un genere musicale che aveva fino a questo momento maneggiato da arrangiatore. E così ha attinto a piene mani dall’intera sua formazione che comprende studi classici (con particolare orientamento alla musica contemporanea), ma anche esperienze in ambito jazzistico e etnico, appunto. Tutti questi elementi vengono espressi qui con estrema sobrietà, senza eccessi o esasperazioni di sorta.

Come è avvenuto il tuo incontro con il Tango?
E´ successo quando mi è stato chiesto di arrangiare un disco di tanghi per i ‘New Danish Saxophone Quartet’. Era il 1992. E’ così che ho scoperto Piazzolla. E’ stato l’inizio di una mia ricerca su questo genere musicale e sul compositore argentino, che mi ha affascinato sempre di più. Man mano che arrangiavo i pezzi il mio interesse cresceva. Tra l’altro, l’incontro con la musica di Piazzolla è arrivato piuttosto all’improvviso, in un momento della mia vita in cui ero particolarmente concentrato nella composizione di musica contemporanea. Questa richiesta inaspettata - diciamo, in quel momento fuori dal mio iter - mi ha dato l’opportunità di acquisire nuove conoscenze e dall’altra di recuperare esperienze musicali come il Jazz, che suonavo e amavo sin dagli anni del liceo. Piazzolla in qualche modo era la prova che si poteva scrivere, comporre e suonare una musica moderna, popolare e aperta. Una musica che, come il Jazz aveva profonde radici con la musica colta occidentale. In fondo quello che ho sempre fatto, nelle mie composizioni, era di cercare il punto d’incontro tra i generi europei con le nuove musiche del continente Latinoamericano. Anche se ho atteso circa dieci anni prima di comporre il primo tango, che è stato proprio Tango Fugato.

Perché “fugato”?
Per il gioco degli incroci melodici. In Tango Fugato utilizzo prevalentemente due temi: uno lento e uno veloce che si alternano, ma che arrivano anche a sovrapporsi. È frutto di vari miei esperimenti di combinazione tematica. Un procedimento compositivo che richiama più l’idea del fugato che di una fuga vera e propria come avviene in Tango fugata di Piazzolla, il titolo è simile ma si tratta di due brani molto diversi.

La tua prima “palestra” di Tango è stata l’arrangiamento…
La fase dell’arrangiamento mi ha permesso di studiare e assimilare il genere. Peraltro la trascrizione non era proprio così facile, dal momento che non era possibile reperire le partiture ed era quindi necessario ricostruire il pezzo a orecchio. E’ stata per me una specie di scuola implicita, che mi ha senz’altro formato…

La tua formazione musicale ti vede diviso tra Roma e Parigi. Quali insegnanti hanno determinato il tuo percorso?
Ho avuto la fortuna di incontrare diversi musicisti a cui devo molto. Il mio primo insegnante di composizione è stato Carlo Cammarota, un grande didatta. In seguito alla sua scomparsa ho continuato gli studi con Teresa Procaccini. Poi, appena sostenuti gli esami complementari di conservatorio e l’ottavo anno di pianoforte, ho deciso di trasferirmi a Parigi. Era il 1991. Lì ho frequentato, tra gli altri, i corsi di Isabelle Duha per l’écriture, Claude Ballif per la composizione e Allain Gaussin per l’orchestrazione. Insegnanti validissimi. È a Parigi che ho realmente avvicinato e studiato la musica contemporanea, quindi Berio, Stockhausen e così via. Tuttavia anche dopo essermi diplomato non ho mai smesso di “curare” la formazione musicale.

Come hai deciso di dedicarti allo studio della composizione?
Strano a dirsi, nonostante scrivessi già da vari anni come autodidatta, non ne volevo sapere di frequentare un iter, per così dire, accademico a tutti gli effetti. Finché nel 1990 presentai, ad un concorso indetto da Radio3 RAI, Adrian L. una composizione per clarinetto basso, flicorno, trombone, corno, tromba, sax soprano, vibrafono, pianoforte, basso e batteria elettronica, che ottenne una calorosissima accoglienza dalla commissione esaminatrice. Ero diventato un compositore! In seguito a questo successo, un mio amico mi spinse ad iniziare uno studio serio della tecnica compositiva. È così che ho incontrato Cammarota. Un incontro per me decisivo, che mi ha dato le basi solide su cui ancora oggi mi muovo, soprattutto la chiarezza del metodo.

C’è un compositore di musica contemporanea che ha esercitato su di te particolare fascino?
Potrei dire G. Ligeti nella sua semplicità apparente, nell’eleganza del pensiero, della costruzione. La dissonanza non suona mai astrusa, ha sempre un senso.

Tornando a Tango Fugato. Hai qualche aneddoto da raccontare intorno alla genesi delle musiche presenti nel CD?
I brani che compongono il CD, in realtà, hanno ognuno propria storia e sono stati selezionati all’interno di una produzione estesa e variegata. D’altronde la gestazione di questo progetto abbraccia un arco di circa cinque anni. Da Shamkat scritta nel 2002 per lo spettacolo Voci per Gilgamesh, ai più recenti Rain Dance, Canto e Cuore di vetro del 2006 passando per Folk dance n.1, premiato a Barga Jazz 2005. Lo stesso Tango Fugato è nato dopo pagine e pagine di appunti con idee tematiche e relativi sviluppi e ad oggi è stato eseguito da formazioni cameristiche, jazz, e tango come il ‘Quintetto Tango Extremo’ dell’Aja che lo ha anche registrato. Non è stato facile neanche per i musicisti che mi hanno accompagnato nello sviluppo e nella genesi di questo progetto rapportarsi con i miei continui cambiamenti, varianti, nuove soluzioni che poi dovevano essere verificate in concerto. Per questo tengo a ringraziare Marco Siniscalco, Michele Rabbia, Houman Vaziri, Alessandro Buccarella, Pericle Odierna e Gianni Iorio per il loro prezioso appoggio e contributo artistico.
Quanto agli aneddoti, ricordo con piacere la genesi di African Suite, legata a un mio viaggio a New York, fatto nel gennaio del 2004. In quest’occasione ho potuto, anzi, ho avuto la fortuna di incontrare Wynton Marsalis. È stato nel suo appartamento di Manhattan che ho conosciuto Yacub Addi, maestro di tamburi del Ghana, e sua moglie Amina. Figlio di un “medicine man”, una figura sciamanica di enorme importanza da quelle parti, mi raccontò di aver iniziato a suonare assistendo il padre che gli aveva affidato il compito di evocare gli spiriti giusti tramite il suono dei tamburi. Mi disse che in realtà non conosceva la musica, ma che riusciva perfettamente a distinguere ciò che di buono o cattivo c’era in essa. Poi iniziammo a suonare insieme e gli chiesi di cantarmi una melodia della sua terra. Yacub mi cantò quella che mi spiegò essere una canzone per bambini dal titolo Tatatei. Questa melodia, o meglio ciò che credevo di ricordare di essa, l’ho riportata con me a Roma. Dopo aver provato a stenderne una versione scritta, non una fedele trascrizione intendiamoci, Tatatei insieme ad altri canti africani e a materiale originale fa parte di African Suite.

L’incontro con Marsalis ha determinato qualche scelta o cambiamento nella tua vita di musicista?
Marsalis è un grande personaggio. Per me è stato un incontro significativo. Quando sono tornato da questo travolgente viaggio mi sono trovato di nuovo attratto da jazz e avevo cambiato completamente il mio modo di suonare.


Sito Web: www.francescovenerucci.com